A un mese dall’inizio della campagna militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha offerto una valutazione netta, che mette in luce crescenti fratture transatlantiche e solleva nuovi dubbi sulla direzione del conflitto.

Intervenendo a una conferenza organizzata dal quotidiano FAZ, Merz ha dichiarato senza mezzi termini: “Non sono affatto convinto che quanto sta accadendo ora – ciò che stanno facendo Stati Uniti e Israele – porterà effettivamente al successo”. Ha espresso un forte scetticismo sulla reale esistenza di una strategia coerente da parte di Washington e Gerusalemme per concludere rapidamente e in modo convincente la guerra.

Le parole di Merz arrivano mentre il presidente Donald Trump continua a presentare il conflitto come un successo pieno. Trump ha ripetutamente dichiarato la guerra “vinta”, le forze militari iraniane “decimate” e Teheran prossima a concessioni significative, anche sullo Stretto di Hormuz. Tuttavia, sul terreno e tra gli alleati, il quadro appare molto più complesso: una guerra di logoramento, con risorse statunitensi sotto pressione, partner del Golfo irritati e conseguenze a catena che minacciano la sicurezza energetica globale e la stabilità economica.

Realtà dell’intelligence contro retorica ottimistica

Le valutazioni dell’intelligence statunitense, riportate in esclusiva da Reuters, delineano un successo solo parziale. Washington può confermare con un alto grado di certezza la distruzione di circa un terzo dell’arsenale missilistico balistico iraniano prebellico. Un altro terzo sarebbe danneggiato o sepolto in strutture sotterranee crollate, mentre lo stato del restante terzo resta incerto.

L’Iran ha dimostrato capacità di resistenza, continuando i lanci anche da siti pesantemente bombardati come Bid Kaneh e colpendo recentemente obiettivi nel Golfo con missili e droni, fino a raggiungere la base congiunta USA-Regno Unito di Diego Garcia. Sebbene la campagna abbia compromesso gran parte della marina e della capacità produttiva iraniana, la possibilità di Teheran di prolungare il conflitto non è stata eliminata.

Nessun piano chiaro, nessun coinvolgimento NATO

Merz si è spinto oltre, mettendo in dubbio l’esistenza stessa di un piano condiviso per porre fine alla guerra. In una recente telefonata con Trump, ha sottolineato che “questa non è una guerra della NATO”, aggiungendo di ritenere che il presidente abbia compreso la posizione tedesca.

Berlino è impegnata in sforzi diplomatici con i Paesi del Golfo e all’interno del G7, ma Merz ha ammesso risultati limitati nel tentativo di influenzare Israele. Ha ribadito che la Germania è, in linea di principio, pronta a contribuire alla stabilizzazione post-bellica – ad esempio con operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz sotto mandato internazionale e con approvazione parlamentare – ma ha escluso qualsiasi coinvolgimento durante le ostilità in corso.

Questa posizione riflette una più ampia riluttanza europea, che ha visibilmente irritato Trump, il quale ha criticato gli alleati NATO per il loro sostegno limitato.

Il costo umano e strategico

Il peso del conflitto è ricaduto in larga parte sugli alleati del Golfo degli Stati Uniti. Le ritorsioni iraniane hanno colpito Emirati Arabi Uniti, Bahrein e altri Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, mentre il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran – attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – ha interrotto le esportazioni di carburante e fatto impennare i prezzi dell’energia. Le Capitali del Golfo, che ospitano basi statunitensi, si trovano così nel mezzo di una guerra che non hanno avviato, alimentando frustrazione sia verso Teheran sia verso una strategia che ne prolunga l’esposizione.

Dal lato statunitense, l’intensità delle operazioni sta mettendo sotto pressione le risorse. Le scorte di munizioni di precisione si stanno rapidamente esaurendo, almeno una portaerei di primo piano (la USS Gerald R. Ford) è ferma per riparazioni dopo un incendio interno e le perdite sono aumentate.

Queste difficoltà logistiche sollevano interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine della campagna, soprattutto mentre cresce il rischio di un allargamento del conflitto ad altri attori regionali o di ripercussioni su altri teatri di deterrenza.

Una crisi dalle dimensioni globali

Quella che era iniziata come un’operazione mirata a indebolire i programmi nucleare e missilistico iraniani si è trasformata in qualcosa di molto più ampio. La parziale paralisi di snodi energetici cruciali sta alimentando timori inflazionistici in Europa e oltre.

I prezzi del petrolio hanno superato i 100 dollari al barile in un mercato altamente volatile, i benchmark europei del gas naturale sono aumentati drasticamente e le onde d’urto si stanno già traducendo in aspettative di inflazione più elevate nelle economie del G7, minacciando di spingere riprese già fragili verso la stagnazione o addirittura la recessione.

Oltre ai mercati energetici, il conflitto sta mettendo sotto pressione le catene di approvvigionamento globali, aumentando i costi di beni che vanno dai fertilizzanti al trasporto marittimo ed evidenziando la fragilità della stabilità economica post-pandemica. I leader europei, già alle prese con bollette energetiche più alte e rallentamenti industriali, osservano con crescente preoccupazione come gli effetti della guerra si sommino alle pressioni esistenti.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

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